Descrizione Prodotto
Dalla prefazione di Patrizia Caporossi
Un invito a cimentarsi, a sfidarsi, rischiando l’impresa della conoscenza nel tuffo dalla vertigine della rupe a picco sul mare, come i giovani di Delo, appunto famosi nell’antichità per lo sprezzo del pericolo e per la vittoria sulla paura, affrontandola e temendola nello stesso tempo. Che lezione! Hai presente il disegno del tuffatore rinvenuto in una tomba del V sec. a. Ch. a Paestum? Ecco, lì ho ritrovato una radice e su quel calco ho cercato di coniugarla al femminile, la tuffatrice, appunto e “che non sia sola davanti al salto” (in “E così sia”) per dare senso e visibilità alla sfida ancora tutta aperta del corpo delle donne, per il suo genere manifesto e imperituro per la specie, ma così storicamente nascosto, anche e soprattutto, dal linguaggio, così radicato nella tradizione filosofica occidentale.
“L’acqua lava le mie mani/sono di nuovo onde/dove si ripete infinitamente l’identico senza fermarsi/ed io mi posso perdere in un attimo che dura./Ancora salva” (in “Salva”). Carezze come trasmigranti, scrivi e così mi sembra di coglierti: lì dove s’infrange a fior d’acqua la tua marea perché “come un’onda tra pieno e vuoto/e raccolgo tracce…” (in “Ricamo”). Ti ho sentito fluire in questi versi più del solito e docilmente mi hai fatto e fai cogliere il lieve rumore del “velo che cade/perché l’opera è pronta” e voglio pensare che il doloroso travaglio delle spine faccia della nascita la tua/nostra aurora come nutrimento possibile.
Un invito a cimentarsi, a sfidarsi, rischiando l’impresa della conoscenza nel tuffo dalla vertigine della rupe a picco sul mare, come i giovani di Delo, appunto famosi nell’antichità per lo sprezzo del pericolo e per la vittoria sulla paura, affrontandola e temendola nello stesso tempo. Che lezione! Hai presente il disegno del tuffatore rinvenuto in una tomba del V sec. a. Ch. a Paestum? Ecco, lì ho ritrovato una radice e su quel calco ho cercato di coniugarla al femminile, la tuffatrice, appunto e “che non sia sola davanti al salto” (in “E così sia”) per dare senso e visibilità alla sfida ancora tutta aperta del corpo delle donne, per il suo genere manifesto e imperituro per la specie, ma così storicamente nascosto, anche e soprattutto, dal linguaggio, così radicato nella tradizione filosofica occidentale.
“L’acqua lava le mie mani/sono di nuovo onde/dove si ripete infinitamente l’identico senza fermarsi/ed io mi posso perdere in un attimo che dura./Ancora salva” (in “Salva”). Carezze come trasmigranti, scrivi e così mi sembra di coglierti: lì dove s’infrange a fior d’acqua la tua marea perché “come un’onda tra pieno e vuoto/e raccolgo tracce…” (in “Ricamo”). Ti ho sentito fluire in questi versi più del solito e docilmente mi hai fatto e fai cogliere il lieve rumore del “velo che cade/perché l’opera è pronta” e voglio pensare che il doloroso travaglio delle spine faccia della nascita la tua/nostra aurora come nutrimento possibile.
Informazioni Aggiuntive
| autore | NIcoletta Nuzzo |
|---|---|
| collana | No |
| editore | Rupe Mutevole |
